Chiara Gatti

Aspetti culturali e doping
IL PROBLEMA DEL DOPING NEL CICLISMO

-paolinomiao@libero.it

Le azioni individuali sono influenzate dall’insieme delle conoscenze, delle credenze, delle convenzioni che si assimilano durante lo sviluppo psicofisico. Possedere un insieme di norme, di valori specifici, ed acquisire informazioni e conoscenze tramite insegnamenti e studi scandisce l’appartenenza ad un tipo di civiltà rispetto ad un’altra. Ogni individuo si forma la propria “cultura” personale, che integra con le nuove esperienze. La cultura non è statica, ma si evolve e si arricchisce sempre di nuovi aspetti. Se la società con le sue istituzioni plasma la personalità degli individui, questi a loro volta contribuiscono a modificare la società stessa, imprimendo svolte, indirizzi attraverso abitudini consolidate, opinioni, costumi di massa.
Viviamo nell’era del consumismo, dove in ogni luogo ed in ogni momento, chiunque “consuma” qualcosa. Viviamo inoltre nell’era dell’additività, in cui il consumo di sostanze di varia natura, legali o meno, è finalizzato a sostenere l’individuo per aderire ai modelli socio-culturali dominanti.
Un dato che emerge dalla maggior parte delle indagini effettuate mostra che si profilano delle vere e proprie scelte di consumo che fanno riferimento agli effetti che si vogliono ottenere, alla situazione, alla compagnia. Tutto questo sullo sfondo di un più ampio quadro di diffusione e crescita di attività fortemente centrate intorno alla massimizzazione delle emozioni adrenaliniche. Si può pensare ad esempio allo sviluppo degli sport estremi ed alla crescita del volume delle scommesse e del gioco d’azzardo, spesso a cavallo tra legalità ed illegalità. Le più svariate sostanze hanno sperimentato un vero boom in quanto sono riuscite a definirsi culturalmente come agenti che migliorano la prestazione ed in genere potenziano le capacità dell’individuo, portandolo a superare i limiti della corporeità e della fisicità. Ci troviamo in una società in cui ciò che è super è bello, chi vive la normalità, chi si trova in una routine di vita, di studio, di sport o di lavoro caratterizzata dai limiti della corporeità, delle capacità soggettive, dei vincoli sociali e relazionali, sente il bisogno di un aiuto, di strumenti capaci di farlo andare oltre.
La cultura dell’additività finisce per corrispondere alla dominante cultura consumistico-prestazionale occidentale, basata su valori come l’adeguatezza, il riconoscimento, la velocità, la fama, il denaro, la prestazione, la bellezza, il wellness, la giovinezza ed il divertimento. Il commercio di prodotti leciti, rispondenti a questo tipo di cultura dominante, gode di grande supporto pubblicitario e mass-mediatico e provoca, nella dubbia equivalenza tra legalità e liceità, anche una conseguente accettabilità socio-culturale e morale di tale cultura. In questo contesto l’assunzione di sostanze additive illegali diviene culturalmente accettabile e dunque potenzialmente attraente per strati sempre più ampi della popolazione generale. Si può pensare, ad esempio, a come le sostanze dopanti possano essere, e sono state, strumenti di potenziamento della prestazione, ma anche di alterazione e di socializzazione; così come l’adrenalina, la prestazione, il raggiungimento del limite, il rischio, la dispercezione e l’alterazione possono divenire prodotti che si vendono e si comprano ogni giorno. È in questa verità costituita più di “non-detto” che di “detto” che si insinua la forza retorica e persuasiva di un mercato che, muovendosi in bilico tra lecito ed illecito, va facendosi sempre più insidioso, normalizzando la compartecipata cultura dell’additività, in cui consumo di “droga” diviene uno stile di vita (appreso, indotto, formattato, televisivo), possibilità tra altre possibilità.
“Qui” ed “ora” sono divenute le dimensioni fondanti di bisogni, aspettative e desideri di ogni individuo contemporaneo. Velocità, prestazione, adeguatezza, appartenenza, competizione, salute, bellezza: queste sono le parole d’ordine del cittadino e consumatore occidentale. I valori tradizionali sono a mano a mano soppiantati da nuove mete, da pseudo valori: denaro, successo, potere, da raggiungere nel più breve tempo possibile, non importa con quale mezzo.
La cultura del “vincere ad ogni costo” sta sostituendo una concezione di sport basata sulla socializzazione, il rispetto delle regole e la salute fisica. Si tratta di una concezione di sport che si esplica a tutti i livelli: utilizzare sostanze dopanti o ricorrere a mezzi illeciti può coinvolgere nei suoi effetti rischiosi e pericolosi atleti di alto livello, categorie di giovani, amatori di diversi sport.
Dal punto di vista fisiologico lo stato di salute di una persona dipende dalla sua capacità di mettere in atto una interazione positiva tra le sue funzioni organiche e l’ambiente nel quale vive, allo scopo di mantenere una condizione di sufficiente controllo. Il doping rappresenta un tentativo di accorciare il normale percorso fisiologico che porta alla costruzione dei presupposti funzionali, psicologici e tecnici necessari per produrre una certa performance. Le sostanze dopanti agiscono modificando la capacità di prestazione senza la necessità di uno stimolo allenante; inoltre rappresentano una espropriazione della propria unità psico-fisica che ogni persona-atleta mette in gioco nella prestazione ed il risultato diviene esito di un trucco, di un imbroglio.
Accanto alla tipologia dell’atleta inconsapevole che, sotto la pressione degli sponsor, della federazione o della squadra, si lascia prescrivere stimolanti senza pretendere alcun chiarimento, e alla tipologia di quello che, consapevolmente e intenzionalmente, anche se dubbioso e conscio dell’errore, chiede ed assume una sostanza dopante, esiste un numero crescente di atleti professionisti i quali, in piena lucidità dei rischi connessi all’uso, accettano il doping senza alcun rimorso di coscienza. In molti sono disposti ad accettare i rischi connessi all’assunzione di farmaci se i successi derivanti dalle prestazioni nel periodi in cui sono professionisti garantiscono loro lo stile di vita elevato al quale ambiscono, anche a costo di pagare il prezzo di una vita più breve, rischio spesso non considerato consapevolmente.
Lo sport rappresenta una opportunità di coinvolgimento in un’attività positiva; sentirsi fisicamente in forma, ben inseriti nel gruppo dei coetanei, competenti dal punto di vista dello sport praticato ed il piacere tratto da queste attività dovrebbero essere sufficienti per allontanare gli atleti dalle droghe e dal doping. Se lo sport costituisce il trionfo della vita e della vitalità, il doping segna la negazione di questi valori. Se si pensa che lo sport nella percezione generale equivale a fair play, educazione, coraggio, franchezza ecc., mentre la droga, al contrario, evoca termini come inganno, codardia, sotterfugio, fuga dalle responsabilità ecc., è evidente che si tratta di due mondi che in apparenza non dovrebbero essere destinati ad incontrarsi.
Quando il valore dominante di un gruppo è il conformismo e non la responsabilità critica personale e sociale, è facile che l’individuo tenda a nascondere agli altri e a se stesso le conseguenze di azioni delle quali, forse, non è poi così convinto. Possibili argomentazioni a difesa dell’omertà rivolta verso se stessi possono essere il fatto che è la società che porta ad agire di nascosto, a fare di tutto per non essere scoperti, e che in fondo non si fa niente di male contro gli altri, si è liberi di decidere della propria vita, finché non si è scoperti.
Inoltre c’è la convinzione che non è poi così grave quello che si sta facendo e che si abbia diritto all’immunità dalla pena. Tutto ciò rientra nel quadro di una moralità fondata sulla paura, che ha le sue radici nella cultura dell’inganno. Non si agisce secondo convinti principi di onestà pratica e intellettuale, bensì in base all’eventualità o meno di essere scoperti; si mettono sistematicamente in pratica tutti gli accorgimenti per sfuggire, con sotterfugi e bugie, alle punizioni previste.
Gli atleti che si dopano, se non sono scoperti durante una verifica, non si sentono in colpa, continueranno ad agire come prima, alla ricerca di mezzi per alterare il loro organismo e per ingannare l’esito della sfida atletica.
Il doping rappresenta un concreto rischio per la salute dell’individuo che ne fa uso.
Molte persone si chiedono perché il doping è diffuso nel mondo dello sport e soprattutto come mai gli atleti non capiscono che è dannoso per loro. Ci sono atleti eccezionalmente informati sulle conseguenze penali della pratica del doping, ma all’oscuro delle reali conseguenze sulla propria salute. Pochi di loro si interrogano su cosa contenga il prodotto che assumono, a cosa serva esattamente, quali siano gli effetti collaterali più gravi, quali siano le conseguenze. Nell’esaltazione del momento si sorvola su questi aspetti per rincorrere l’illusione di vincere sui limiti della natura.
La linea di continuità che caratterizza l’assunzione di tutti i prodotti dopanti è riconoscibile nel fatto che essi vanno ad incidere sull’equilibrio fisiologico dell’organismo con inevitabili ripercussioni sul benessere oltre che fisico, anche psichico.
Una persona che non sta bene, non avverte buone sensazioni dal proprio corpo, dai muscoli, dagli organi interni, non può possedere la tranquillità la calma, la motivazione che occorrono per vivere bene l’attività sportiva. Intervengono anche i disagi psichici che, a lungo andare, in un corpo sfruttato e malmenato, divengono cronici con alterazioni in vari settori, nei tratti di personalità, nell’umore.
Un atleta che fa uso di doping si trova a dover subire gli effetti negativi delle sostanze assunte: squilibri chimici nel sangue, disfunzioni ormonali, problemi nell’apparato circolatorio, patologie epatiche e renali, infezioni, infiammazioni, crollo delle difese immunitarie, disturbi psicosomatici, ansia, attacchi di panico.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti

Motivazioni
Cosa motiva le persone ad avvicinarsi allo sport e a praticare un’attività sportiva? Quali sono i fattori che riescono a motivare chi pratica sport in generale e gli atleti professionisti in particolare ad affrontare allenamenti impegnativi e a sacrificare il loro tempo per l’attività sportiva e per raggiungere determinati risultati nelle competizioni, nelle prestazioni o nel benessere fisico? Quali sono le motivazioni che spingono gli atleti a non abbandonare l’attività sportiva che praticano?
Sono molteplici le ragioni in base alle quali si opta per una pratica sportiva: si sceglie uno sport per irrobustire il corpo, perché è uno sport che piace, perché è quello praticato dai genitori, perché è proposto a scuola. Prima ancora di arrivare alla scelta dello sport da praticare è però necessario che si attivi nell’individuo qualcosa che lo indirizzi e lo spinga verso la pratica sportiva. Con il termine “motivazione” si può intendere l’insieme dei fattori che promuovono l’attività del soggetto, orientandola verso certe mete, perseguendo il conseguimento dell’obiettivo; la motivazione si riferisce all’interazione dinamica tra i bisogni dell’individuo e gli stimoli offerti dall’ambiente.
La motivazione costituisce una delle variabili più importanti del rendimento e della performance. Un processo fondamentale che interviene nell’influenza della motivazione sulla performance è quello per cui l’individuo si propone una meta, la quale spesso consiste in un certo grado di realizzazione che il soggetto si propone di raggiungere.
L’individuo sceglie di fare sport in base ad una valutazione di costi e benefici e trova sufficienti motivi che lo spingono a fare sport piuttosto che a non farlo.
Fra le motivazioni che spingono l’atleta a fare sport vi sono: fattori psicologici, determinati dal carattere dell’atleta che cerca di colmare attraverso la pratica sportiva esigenze di vario tipo (affettive, di comunicazione, di emulazione di modelli, di individuazione e conferma della propria identità personale, proiettive di situazioni diverse che si creano contemporaneamente all’interno del gruppo sportivo, di liberazione di pulsioni aggressive, etiche ed estetiche di tendenza alla perfezione); fattori socio-culturali (che esprimono il bisogno di affiliazione, di appartenere ad un gruppo sociale e di partecipare alle attività comuni; il bisogno di approvazione sociale, di sentirsi gratificati e accettati; l’achievement o bisogno di affermazione e autorealizzazione; il desiderio di raggiungere lo status socioeconomico rappresentato dalla remunerazione dell’atleta professionista; la possibilità di elevazione attraverso lo sport e la mobilità sociale che ne deriva); fattori psico-patologici, che possono essere prevenuti o curati grazie allo sport (si tratta del sentimento di inferiorità che lo sport può contribuire a ridurre, del desiderio di potenza che lo sport può assecondare e/o ridimensionare grazie al confronto continuo con avversari e all’alternarsi di vittorie e sconfitte).
Uno dei fondamentali componenti nel costruire un atteggiamento possibilista all’uso di sostanze dopanti è il tipo di orientamento motivazionale che spinge un soggetto a praticare uno sport. Se gli individui ritengono che la capacità dipenda dall’impegno saranno motivati a dimostrarla impegnandosi; se, viceversa, ritengono che la capacità non sia associata all’impegno, la loro motivazione sarà orientata a dimostrare la loro supremazia cercando di primeggiare sugli altri.
Anche lo stato emotivo influenza il comportamento motivato e la prestazione: uno stato emozionale connotato positivamente perché caratterizzato da divertimento, felicità, orgoglio, eccitazione e piacere, mantiene e aumenta la motivazione ed i successivi tentativi di padronanza; mentre uno stato negativo, caratterizzato da ansia, imbarazzo, vergogna, tristezza e disappunto attenua la motivazione ed il desiderio di partecipazione.
Il doping, fenomeno fino a pochi decenni fa limitato solo all’ambito dei professionisti, interessa oggi vasti strati della popolazione sportiva anche dilettantistica, con risultati estremamente preoccupanti sulla salute e sull’integrità psicologica delle persone. Molti non sono consapevoli delle problematiche correlate all’uso di queste sostanze e molti, pur informati dei danni derivati dall’uso, sottovalutano il problema con totale superficialità e comportamenti irresponsabili. Il largo uso di queste sostanze fa sì che molte persone le considerino quasi innocue e comunque tollerabili, inducendo una falsa percezione di sicurezza e di normalità, che ne favorisce la diffusione e l’utilizzo.
Molte persone oggi sono disponibili ad assumere farmaci e sostanze per ottenere un risultato sportivo, per avere più energia, per migliorare la prestazione, per equilibrare i ritmi sonno/veglia, per modificare il tono dell’umore. Allo stesso modo sono disponibili ad assumere sostanze dopanti perché sfruttano i format di consumo: oggi molti non comprano una sostanza, lecita o illecita, ma l’adrenalina, la performance o il suo mantenimento, l’interattività positiva, il relax, le sue promesse prestazionali.
Se da un lato soddisfare i propri bisogni, soprattutto di ordine superiore come la realizzazione di se stessi, è una molla positiva della motivazione, da un altro l’orgoglio di riuscire in imprese eccellenti, superiori alle proprie potenzialità oggettive, può portare ad operare scelte devianti, non corrette moralmente, anche dannose per la propria integrità psicofisica.
Molte sostanze classificate come dopanti, e probabilmente anche molti integratori, producono nel soggetto che li usa effetti di vario tipo e di diversa intensità, che possono assumere una valenza positiva e di rinforzo qualora siano percepiti ed elaborati come piacevoli dall’individuo. Esse sono in grado di dare effetti neuropsichici diretti percepiti come gratificanti e quindi come tali, in grado di produrre un comportamento di assunzione reiterato fino ad arrivare a stati di dipendenza. Quest’ultimo può essere sostenuto ed incentivato anche dagli effetti indiretti e dai benefit sociali derivanti da tale uso: per esempio la percezione dell’aumentato senso di autostima e di sicurezza personale nell’affrontare e risolvere i problemi, la percezione di un miglioramento del benessere psicofisico, l’aumento della capacità relazionale e dell’accettabilità sociale, la percezione di aumentata performance fisica e/o psichica (lucidità, prontezza, aggressività ecc.).
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
È possibile indicare tre categorie di motivazioni che inducono gli atleti all’uso di sostanze dopanti:
1. cause psicologiche ed emotive: paura di fallire, essere competitivo, acquisire sicurezza nei propri mezzi, ricerca della perfezione psicofisica, mistica del raggiungimento del successo ad ogni costo.
2. cause sociali: modelli da imitare come atleti di alto livello, pressione dei compagni di allenamento, pressione di altre persone dell’ambiente sportivo, come le Federazioni, lo staff, gli sponsor.
3. cause psico-fisiologiche quali la riduzione del dolore, la riabilitazione dopo un infortunio, l’aumento dell’energia e dell’attivazione, il controllo del peso.
Tra i fattori di rischio che predispongono ad una mentalità favorevole al doping ci possono citare, oltre a quelli riguardanti l’individuo (eccessivo orientamento al successo, stima di sé non realistica, dipendenza da rinforzi esterni, alta influenzabilità, basso livello di norme morali soggettive, inadeguate abitudini di vita e alimentari) l’influenza della famiglia e dei gruppo dei pari (eccessivo rinforzo del risultato e del successo, scarso supporto famigliare, esempio negativo degli amici, scarso rispetto delle regole, minimizzazione del problema doping da parte del medico), influenza dell’allenatore e del sistema sportivo (dipendenza dal successo dell’atleta, ricerca esasperata del talento, esempio negativo dell’allenatore o del campione dopato, infrazione delle regole del fair play, inadeguatezza ed una scarsa trasparenza dei controlli antidoping), infine l’influenza dei fattori socio-culturali (eccessiva valorizzazione della prestazione ed una pressione selettiva, influenza negativa della pubblicità, scomparsa dei valori tradizionali di riferimento, medicalizzazione della società, eccessiva valorizzazione dell’aspetto esteriore).
Nel caso della presa di decisione se doparsi o meno, si tratta di una scelta tra due alternative. Perché posto di fronte all’offerta del doping, un atleta decide favorevolmente o no?
Le persone generalmente decidono in base al valore atteso di ogni decisione, facendo un’analisi dei costi e benefici di ognuna delle alternative possibili di un’azione. La presa di decisione non è però un processo totalmente razionale. Esistono quattro fattori che spiegano le implicazioni di una scelta. Innanzitutto l’effetto di formulazione, cioè la maniera in cui il messaggio è trasferito, che nel caso di doping potrebbe contenere l’esistenza di benefici altissimi a fronte di costi minimi. Il secondo fattore è il principio di utilità: ogni persona è portata da una priorità diversa alle alternative di scelta a seconda del valore che attribuisce soggettivamente ai diversi obiettivi (se ad un atleta che attribuisce grande importanza all’obiettivo di diventare un campione il doping è spacciato come un mezzo sicuro per diventarlo, lui tenderà a valutare la possibilità di doparsi meno negativamente di chi ha una minore motivazione al successo ed un investimento progettuale così alto). Il terzo fattore è l’euristica dell’accessibilità: fenomeno secondo cui si tende a sottovalutare la probabilità che si verifichi un evento poiché non lo si è mai visto verificare nel proprio contesto sociale e non fa parte del proprio immaginario conoscitivo. Nel caso del doping, chi conosce i gravi effetti sulla propria salute tende ad occultarli. Infine il quarto fattore è l’euristica della rappresentatività, fenomeno per cui, per valutare che effetti ci si può attendere da una certa azione da compiere, facciamo riferimento a degli stereotipi. Nel caso della decisione dell’uso di doping spesso sono valutati gli effetti apparentemente positivi, per esempio prestanza fisica o successo sportivo, basandosi sugli stereotipi dei grandi campioni. Ciò che è ignorato è la presenza di un gran numero di persone che, pur dopandosi, non raggiungono la celebrità e rischiano di danneggiare la propria salute.
Nella maggior parte dei casi l’atleta che si dopa non sa realmente a cosa va incontro, o forse non vuole saperlo. Spesso inoltre si adotta un’altra scusante: “lo fanno in tanti, perciò anch’io…”. Il gruppo offre la giustificazione a comportamenti che l’atleta, da solo, non potrebbe o saprebbe porre in atto. Dietro la pratica del doping c’è sempre un filone da seguire, un compagno che si presta. In alcuni casi la fiducia in sé deriva dal consenso degli altri, indipendentemente dalla legittimità della condotta.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
Il fenomeno doping
Il termine doping deriva da un dialetto sudafricano, col quale si identificava un liquore stimolante somministrato durante le cerimonie religiose.
La WADA, l’Agenzia Mondiale anti-doping ha formulato una definizione ampia, a cui dovrebbero attenersi tutte le federazioni sportive nazionali ed internazionali che hanno sottoscritto nel 2003 un atto in tal senso.
È doping la presenza nel fisico di un atleta di una sostanza proibita, dei suoi metaboliti e dei suoi markers, dunque è compito di ciascuno sportivo fare in modo che nessuna sostanza proibita penetri nel suo organismo. Gli sportivi sono responsabili di qualsiasi sostanza proibita venga trovata nel proprio corpo.
È doping l’uso o il tentativo d’uso di sostanze o metodi proibiti.
È doping il rifiuto o il fatto di sottrarsi senza giustificazione valida ad un prelievo di campioni biologici, dopo notifica, in conformità con i regolamenti anti-doping in vigore oppure semplicemente il fatto di evitare un prelievo.
È doping la violazione della disponibilità degli sportivi per i controlli fuori competizione e per i controlli definiti “mancati” sulla base di regole accettabili.
È doping la falsificazione o il tentativo di falsificazione di ogni elemento che faccia parte del processo di prelievo o d’analisi dei campioni.
È doping il possesso di sostanze o metodi proibiti.
È doping il traffico di sostanze o metodi proibiti.
È doping la somministrazione o il tentativo di somministrazione ad uno sportivo di sostanze o metodi proibiti; l’assistenza, l’incitamento, l’aiuto, l’istigazione e tutte le altre forme di complicità che possano portare alla violazione del regolamento anti-doping.
La definizione di “doping” è stata tuttavia oggetto di numerose controversie.
“Può essere considerato doping l’utilizzazione di sostanze e di tutti quei mezzi destinati ad aumentare artificialmente il rendimento, in vista o in occasione di gara, e che può portare pregiudizio all’etica sportiva e all’integrità fisica e psichica dell’atleta”.
L’idea che una sostanza, un prodotto, una pratica possa in qualche modo alleviare fatica e sofferenza del vivere umano fa parte da sempre della cultura dei popoli e probabilmente è qualcosa che riguarda l’inconscio collettivo. L’uomo si percepisce debole di fronte agli eventi ed agli accadimenti della vita e della storia, cerca istintivamente un appoggio esterno, un qualcosa che gli dia la coscienza di farcela, di vincere la battaglia della malattia, di sopravvivere e di vivere. E non bisogna meravigliarsi se questi concetti rientrano anche nel mondo dello sport, adattati al suo fine specifico: primeggiare, vincere, emergere.
In passato i vincitori erano ritenuti simili agli dei, e qualsiasi scorciatoia per raggiungere questa condizione era lecita. Forse è anche per questo motivo che per secoli al concetto di doping non sono state abbinate valenze negative.
Il fare ricorso a sostanze atte a migliorare la resistenza alla fatica è noto sin dai tempi antichi. I greci usavano sostanze stimolanti per migliorare le prestazioni sportive. Alle olimpiadi antiche atleti greci e romani utilizzavano quantità differenti di carni, associata a sostanze stimolanti. Gli Incas utilizzavano cocaina, stricnina e caffeina in occasione di lunghi trasferimenti, i Cinesi l’efedrina,i Vichinghi l’Amanita muscaria. Nel medioevo si ricorreva a sostanze o pozioni magiche per raggiungere prestazioni straordinarie e per far fronte alle difficoltà della vita, come le malattie e le ferite. Ai primi del novecento si pensa che i nuotatori olandesi che si affrontavano nei canali di Amsterdam ed i ciclisti utilizzassero varie specie di stimolanti, talvolta anche in combinazione tra loro: caffeina, cocaina, stricnina, etere, alcol, ossigeno. L’uso diffuso portò ad eccessi ed ai primi problemi e decessi. Il primo a morire fu il ciclista Arthur Linton per la stricnina nel 1896; Thomas Hicks collassò al termine della maratona olimpica di St. Louis nel 1904 a causa di stricnina assunta insieme ad un super alcolico, il brandy. Fino all’inizio degli anni ’20 però le notizie documentate di un uso di sostanze dopanti nello sport sono scarsissime; non ci sono test per individuare queste eventuali pratiche e ci si limita ad indicare la necessità di prescrizione medica per l’uso di cocaina o oppio.
Durante la seconda guerra mondiale il doping compie un passo avanti con la scoperta e l’uso delle amfetamine. Venivano date ai piloti della caccia tedesca e americana per renderli più aggressivi e resistenti. Negli anni ’50 questi stimolanti furono utilizzati nello sport, soprattutto nelle discipline di grande durata e fatica, come il ciclismo, le maratone, il nuoto. L’abuso di queste sostanze causò il primo decesso nel 1960 del ciclista Knut Jensen alle Olimpiadi di Roma, e nel 1967 di Tom Simpson al Tour de France.
L’evoluzione della ricerca chimico-farmacologica offriva prodotti sempre più nuovi e potenti sul mercato, e lo sportivo poteva disporre di una vasta scelta a seconda delle necessità e delle occasioni.
Negli anni ’50 compaiono negli Usa i primi anabolizzanti, che contribuiscono ad allontanare ulteriormente l’attenzione dal problema doping, in quanto spostano l’uso del prodotto dal giorno della gara ad un periodo di utilizzo che si effettua settimane e mesi prima dell’impegno agonistico. Alla gara l’atleta giunge perfettamente pulito, dopo aver eliminato tutti i metaboliti della farmacia proibita, ma avendo approfittato del fatto di aver effettuato carichi di allenamento maggiori ed ottenere una condizione di prestazione più efficace. Inoltre era ormai chiaro che l’abuso di amfetamine durante o in prossimità della gara aveva prodotto numerosi collassi improvvisi e morti, soprattutto per arresto cardiaco o respiratorio; con l’uso di anabolizzanti era invece più difficile individuare i danni, che si manifestavano più avanti negli anni. Gli anabolizzanti aumentavano la forza, consentivano un miglior rapporto fra massa grassa e massa magra, acceleravano il recupero.
Negli anni ’80 si assiste all’avvio dell’emodoping, il doping ematico, inizialmente fatto solo attraverso trasfusioni autologhe ed eterologhe ed in seguito, con la scoperta dell’eritropoietina ricombinante, attraverso l’uso di questo ormone che, stimolando in modo abnorme l’eritropoiesi, arricchisce il sangue di globuli rossi. Gli Usa lanciano l’uso dell’ormone della crescita, hGH, estratto in un primo momento dalle ipofisi dei cadaveri ed in seguito realizzato in via sintetica attraverso la tecnica ricombinante. Si tratta di un doping diffuso ed efficiente ancora oggi, dal momento che non esiste un test validato dagli organismi sportivi internazionali per individuarlo.
Con l’evolversi dei prodotti disponibili il doping cambia strategie. Serve la forza? Ecco l’aiuto degli anabolizzanti nel periodo di allenamento pre-stagionale. Serve migliorare il consumo di ossigeno? Ecco l’EPO per aumentare ematocrito ed emoglobina. Serve una prestazione aerobica super in un determinato giorno? Ecco l’emoglobina modificata o quella sintetica. Ogni disciplina ha il suo periodo di carico, durante il quale si assumono prodotti che possano consentire carichi di lavoro non sopportabili normalmente nel rispetto delle tradizionali regole della fisiologia, al quale segue un periodo di scarico, che evita il pericolo di incappare nei test di controllo. Alla gara vera e propria resta solo l’intervento di rifinitura: alcuni prodotti, spesso consentiti, che sostengano l’attività cardiaca, la caffeina o stimolanti simili che diano l’ultima sferzata, senza creare preoccupazioni in vista dei test di controllo grazie al rapidissimo periodo di emivita del farmaco.
Ci pensano i regolamenti sportivi a lasciare lo spazio adeguato. Il limite per la caffeina, 12 ml, consente agli atleti impegnati su prove di 5-6 ore di assumere in gara dosi anche di 200 mg senza sforare il tetto consentito. E sempre, quando il limite fra lecito ed illecito dal punto di vista doping è quantitativo, i dirigenti dello sport mondiale lasciano spazio ad una variabilità individuale. È il caso del nandrolone, fissato a 2 ng/ml per tutti gli sport tranne che per il ciclismo, che ha stabilito la tolleranza fino a 5 ng/ml, dove non si verificano positività per nandrolone. Per il testosterone il limite è ufficialmente fissato dal rapporti 6:1 rispetto all’epitestosterone, ma questa barriera è facilmente aggirabile se si dimostra che il rapporto più elevato è di origine endogena, naturale.
La prima volta in cui si parla di doping risale al 1937 nell’ambito del CIO (Comitato Olimpico Internazionale).
La lotta antidoping è nata nel 1954 in Italia. Forse perché esisteva l’autorizzazione a concorsi di pronostici sportivi, ove ricorso alla droga e denaro potevano avere il medesimo interesse.
Nel 1961 a Firenze funziona il primo laboratorio antidoping europeo.
Segue la Francia, dove nel 1963 si richiede al Parlamento di promulgare una legge antidoping; il progetto di legge è esposto nel 1964 ed i decreti di applicazione entrano in funzione nel 1966.
Nel 1964 il Belgio organizza una riunione internazionale sul doping e nel 1965 promulga una legge che reprime l’uso di droghe.
L’Italia segue questo esempio votando una legge antidoping il 26 ottobre 1971.
Anche l’UCI (Unione Ciclisti Internazionale) pubblica un regolamento riguardante il controllo antidoping.
La lotta all’uso di sostanze fu condotta non solo a livello federale e nazionale, ma anche olimpico, dato che dal 1964 verranno effettuati controlli ai Giochi Olimpici di Tokio, e nell’occasione si accertò un uso diffuso di anabolizzanti.
Nel 1967 viene creata la Commissione Medica del Comitato Nazionale Olimpico, compare la prima definizione di doping nello sport e viene preparata una lista di sostanze proibite. Questo regolamento prevedeva inoltre che avrebbero potuto essere realizzati dei controlli prima dell’apertura dei Giochi Olimpici al fine di ricercare gli ormoni anabolizzanti. Ci vuole però ancora un anno perché si arrivi ai primi test anti-doping sull’urina.
Il CIO avanza comunque lentamente: le liste dei prodotti vietati sono sempre indietro rispetto alle nuove sostanze e alle nuove tecniche scoperte. Sull’ampio gap fra nuove sostanze e metodi adeguati di individuazione lo sport mondiale ha costruito il business degli ultimi anni. Servivano gli atleti super-pompati per alimentare calendari e manifestazioni che portavano nelle casse dei dirigenti mondiali una pioggia di miliardi provenienti dai diritti tv. Si vendeva bene l’immagine dello sport forte e prorompente. Ma era un’immagine in larga parte fasulla, illusoria, falsa.
Nel 1997 arrivano i primi test ematici, attuati dall’UCI (Federazione Ciclistica Internazionale), su richiesta degli stessi corridori professionisti. Ma in questa loro domanda c’è ben poco di etico, infatti l’uso di EPO era diventato un elemento discriminatorio troppo pesante in mano a direttori sportivi senza scrupoli: potevano competere solo coloro che riuscivano ad innalzare i propri valori ematici in modo straordinario.
Il doping compare nella legislazione italiana nell’1989 con un dispositivo specifico, la legge 401/89, che però non è una vera e propria legge anti-doping, infatti punisce solo le conseguenze sul risultato sportivo catalogandolo come strumento per realizzare l’illecito sportivo. Fino a quegli anni il doping in Italia era sottovalutato. Bisogna attendere il 2000 per avere una legge specifica, che ancora oggi non ha trovato applicazione completa.
Nel marzo 2003 è stato definito un complesso ed articolato codice anti-doping, la WADA (Agenzia Mondiale Anti-Doping). Tutti i governi hanno firmato una carta con la quale si impegnano a rispettare e a mettere in pratica tale codice, che ha il pregio di unificare metodi, procedure, analisi, meccanismi e pene relative ai controlli. Quasi tutte le Federazioni Sportive Internazionali hanno aderito.
Fra le cause principali della diffusione del doping si possono identificare:
Cause all’interno del mondo dello sport:
• professionismo vero e proprio. C’è stata una trasformazione importante con l’avvento degli sponsor: di colpo il mondo dilettantistico, al quale gli appassionati dedicavano ritagli del proprio tempo libero, è divenuto professionistico, senza che sia cresciuta contemporaneamente una cultura sportiva adeguata. Infatti, all’interno delle organizzazioni sportive, l’aumentata possibilità di gratificazioni e di guadagno ha generato una progressiva selezione di persone con l’unico fine del risultato da realizzare a qualsiasi costo. Vincere fa andare in televisione e sui media, dunque ripaga lo sponsor che investe: diventa quindi l’obiettivo fondamentale. Lo stesso discorso vale anche per gli atleti, disposti a rischiare anche sul piano della salute.
• I dirigenti compiacenti: la necessità di conseguire risultati di alto rilievo è divenuta negli anni prioritaria rispetto a qualsiasi altro obiettivo. Le esigenze del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) vanno di pari passo con quelle dei dirigenti societari ed allenatori: raggiungere risultati sportivi che consentano di contrattare denaro sul mercato della pubblicità commerciale e con le televisioni. Ciò ha spinto verso la trasformazione dei modelli della pratica sportiva, aumentando il numero delle gare, soprattutto quelle di alto livello. Allenatori irresponsabili hanno spinto gli atleti ad aumentare a dismisura il tempo dedicato all’attività sportiva ed agli allenamenti, senza preoccuparsi delle conseguenze sui giovani.
• La tendenza dei praticanti ad emulare i campioni: il modello comportamentale degli atleti di vertice ha costituito e costituisce un importante punto di riferimento non solo per chi aspira a diventare campione. La tendenza ad imitare i campioni è ben vista da molti allenatori e medici che prospettano agli atleti la pratica del doping come strumento indispensabili per conquistare gli stessi successi dei campioni. Questo ha portato ad anticipare l’età di inizio delle pratiche dopanti.
• La crisi dell’etica sportiva: gli atteggiamenti qui sopra descritti hanno facilitato la diffusione di comportamenti che infrangono le regole etiche fondamentali dello sport, quasi sempre senza che i colpevoli incorrano nelle sanzioni previste. Nello sport spesso hanno prevalso e prevalgono tecnici e allenatori con poche remore di carattere sociale ed etico, pronti a perseguire il proprio successo personale attraverso i risultati sportivi degli atleti.
• La distorsione dell’attività sportiva giovanile: dirigenti ed allenatori sono stati gli artefici di un meccanismo finalizzato esclusivamente alla scoperta di nuovi talenti. Questo ha comportato tesseramento precoce di bambini, selezione esasperata di coloro che avevano talento, organizzazione di un sistema di specializzazione precoce con aumento della frequenza degli allenamenti e delle gare per i ragazzi. L’agonismo precoce troppo esasperato provoca la saturazione dell’interesse e l’abbandono. Il modello è quello del campione, i valori insegnati sono solo quelli del raggiungimento del risultato, il resto conta poco. Questo incide su ciò che è interiorizzato a livello di etica sportiva dall’atleta.
Cause esterne al mondo dello sport:
• Lo sport come strumento politico: dagli anni ’60 lo sport è divenuto il tramite con il quale molti paesi hanno cercato di emergere nel contesto internazionale usando l’immagine di grande efficienza che derivava dai risultati sportivi nelle manifestazioni internazionali più importanti: Mondiali ed Olimpiadi. In questi paesi, in particolare l’Unione Sovietica, la Cina, la Germania Democratica, la Cecoslovacchia, la Romania, la Bulgaria, la Polonia, l’Ungheria e la Jugoslavia, il doping è stato organizzato a livello statale. Per contrastare questo fenomeno in alcuni Paesi, soprattutto dell’Europa Occidentale e del Nord America, è stato organizzato un sistema simile.
• La medicalizzazione della società: dalla lotta alla malnutrizione ed alle grandi malattie si è passati ad un’offerta sempre crescente di farmaci. La ricerca produce e la produzione determina la necessità di uno sbocco commerciale. Oggi è disponibile un numero sempre crescente di farmaci antidolore, che promettono di attenuare disagi di ogni genere. Se utilizzati nelle circostanze indispensabili migliorano la qualità della vita, ma l’abuso ha trasformato questa assunzione terapeutica in abitudine. Un altro filone di vendita è quello dei prodotti e dei farmaci che promettono di accrescere il benessere, l’aspetto estetico ed il grado di efficienza, anche in assenza di malattie. In questo contesto si inserisce anche il doping.
• Le industrie che vendono: produttori e distributori di farmaci si sono attivati soprattutto in seguito alla domanda sorta nei Paesi con reddito più elevato. Tutto è derivato dalla differenza tra i Paesi comunisti, in cui si utilizzava doping per incrementare le capacità di prestazione di una rosa ristretta di atleti al vertice, ed i Paesi più ricchi del blocco contrapposto, dove l’interesse commerciale ed industriale ha favorito l’allargamento della pratica doping ad un numero sempre più ampio di praticanti sportivi. A partire dagli anni ’80 quindi piccole e medie aziende farmaceutiche si sono dedicate alla produzione di farmaci con valenza doping, intravedendo la prospettiva concreta di un mercato sportivo esteso; sono poi subentrati nella produzione e distribuzione anche i colossi farmaceutici e le multinazionali.
• L’attribuzione ai media: una parte di responsabilità delle dimensioni del fenomeno doping spetta a come nel tempo i media hanno affrontato, proposto il problema all’opinione pubblica e tentato di risolverlo. Di fronte all’idea di sport legata indissolubilmente a quella di farmaco spesso i media tacciono, non si parla dell’argomento, non si danno allo spettatore tutti gli strumenti per giudicare e farsi un’opinione completa. Quando ci sono di mezzo gli interessi, le regole dello sport non contano nulla. L’abitudine ad interpretare lo sport solo in base ai successi nelle competizioni, ha portato i media ad esaltare i campioni e a fare del campionismo la chiave di lettura prevalente. Ciò ha determinato una identificazione con il campione e ad una indulgenza nei suoi riguardi che spesso nasconde o sottovaluta i lati oscuri o comunque meno chiari che stanno dietro ai risultati. Inoltre i media, una volta consumata la notizia ed il caso clamoroso, tornano a trattare gli stessi protagonisti dello scandalo come campioni ed eroi, come se nulla fosse successo , anzi attribuiscono quasi una valenza positiva di ulteriore fastidio e sofferenza sulla strada del risultato e della prestazione alle vicissitudini “da doping”.
Le motivazioni che inducono gli sportivi all’utilizzo di sostanze dopanti attengono a fattori eterogenei:
• Ricerca di potenziamento muscolare, di incremento della massa e della potenza aerobica, mediante steroidi anabolizzanti, eritropoietina, ormone della crescita.
• Stimolazione del sistema nervoso simpatico, mediante amfetamine, cocaina o simpaticomimetici minori, volta a migliorare le performance psichiche (autostima, concentrazione, percezione della fatica) e fisiche (attività cardio-respiratorie).
• Medicazione, mediante psicostimolanti, degli effetti psichici da consumo reiterato di anabolizzanti, nelle fasi di assunzione e di interruzione.
• Uso ricreazionale di sostanze (come cocaina, alcol e marijuana) utili per contrastare la sindrome da astinenza sociale.
• nteressi e pressioni ambientali, del sistema “economico-sportivo”.
• “Mistica del successo”, paradossalmente vissuta con rilevante esasperazione dagli sportivi amatoriali, ignari dei rischi di danno alla salute.
• Facile reperibilità di specialità medicinali ad effetto dopante.
I possibili effetti psicofisici a seguito di assunzione di sostanze dopanti sono:
1. Disturbi di somatizzazione, riscontrabili con sintomi dolorosi (mal di schiena, testa, articolazioni…), con sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, intolleranza a cibi…), con sintomi neurologici (alterazioni dell’equilibrio, ritenzione urinaria, mancamenti…), con sintomi ipocondriaci (preoccupazione di malattia).
La malattia psicosomatica studia le alterazioni psichiche nella sfera dell’affettività ed i disturbi fisici che ne derivano. La psicosomatica considera l’uomo unitario, nel quale corpo e mente non sono separati, ma sono intimamente collegati fra loro; i disturbi e le malattie si manifestano quindi con sintomi organici nel corpo e come disagio nella mente; la loro comparsa rappresenta un cedimento dei meccanismi di difesa e di controllo.
2. Disturbi del sonno, come insonnia, eccitazione psicomotoria, stanchezza diurna associata o, al contrario, ipersonnia, disturbi del ritmo circadiano (ciclo sonno-veglia), incubi.
3. Disturbi dell’umore e delle relazioni, come sbalzi dell’umore, depressione, bassa autostima, difficoltà di concentrazione, non decisionalità, apatia, propensione all’aggressività manuale e verbale, scoppi d’ira incontrollati, insoddisfazione generalizzata.
4. Disturbi dell’alimentazione, quali anoressia nervosa, bulimia nervosa.
5. Disturbi d’ansia, quali paure, stati ansiosi, attacchi di panico.
6. Effetti mentali, cognitivi, affettivi, quali ridotta percezione della realtà, senso di impotenza e di non efficacia, senso di inferiorità, insicurezza, precarietà, confusione mentale, sentimenti di inadeguatezza al ruolo, instabilità affettiva, conflitto tra autonomia e dipendenza, depersonalizzazione ed alienazione da sé.
7. Effetti morali ed emotivi, quali la tendenza al sotterfugio, la pratica sistematica dell’inganno, il senso di vergogna, il senso di colpa, la sospettosità.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
Sostanze dopanti ed effetti collaterali
I prodotti in commercio sono moltissimi e di vario tipo, ma gli unici sicuri ed efficaci per la Medicina ufficiale sono le bevande contenenti sali minerali (utili, se usati con moderazione, per evitare la disidratazione e gli squilibri elettrolitici) e quelli contenenti carboidrati (utili per fornire energia anche se sostituibili con alimenti naturali). L’utilità dei prodotti contenenti proteine, aminoacidi e derivati è controversa: non esistono studi che dimostrino in maniera inequivocabile che tali integratori possano aumentare la prestazione sportiva, mentre esistono prove che la loro assunzione, soprattutto a dosi elevate, può provocare effetti negativi quali disidratazione, disturbi gastrointestinali, perdita di calcio e problemi renali.
Non è infrequente che alcuni integratori in commercio contengano delle sostanze non dichiarate, soprattutto anabolizzanti.
Una delle sostanze più usate è la creatina, che è prodotta dall’organismo umano a partire da alcuni aminoacidi. Ha un’importante funzione fisiologica nel ciclo della produzione di energia per il muscolo, tuttavia non ci sono prove che assumerne di più, rispetto a quella prodotta dal corpo, aiuti a migliorare in modo importante la prestazione sportiva. Al contrario può provocare ritenzione idrica, problemi renali, nervosismo, crampi muscolari. In alcuni casi si sono avuti anche danni a livello cardiaco. Non si conoscono gli effetti legati ad un’assunzione a lungo termine.
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EFFETTI NEGATIVI DELLE SOSTANZE STIMOLANTI
Le categorie dei farmaci psicostimolanti si possono dividere in: antidepressivi, anfetamine ed anoressizzanti, analettici e antiasmatici con azione stimolante il SNC, droghe d’abuso che stimolano il SNC.
Gli stimolanti provocano un aumento della prestazione a breve termine, ma possono produrre un eccesso di sollecitazione, sfinimento ed in certe condizioni possono provocare la morte.
Gli antidepressivi, usati normalmente in medicina per la cura delle alterazioni/malattie del comportamento, dall’ansia cronicizzata alla depressione più o meno importante, agiscono come mediatori fisiologici degli impulsi nervosi, come ad esempio la serotonina, la noradrenalina, l’istamina ecc.
Gli effetti desiderati sono un aumento della concentrazione, del tono muscolare, stabilizzazione del carattere che permette maggior determinazione.
Gli effetti collaterali portano ad un aumento dell’aggressività con reazioni incontrollate, con alterazioni della sensibilità, debolezza muscolare, difficoltà ad urinare, aumento del peso
L’azione delle sostanze stimolanti, come l’anfetamina o anfetamino simili, si avvicina a quella delle catecolamine, cioè agli ormoni endogeni dello stress, l’adrenalina e la catecolamina, in medicina l’anfetamina è usata per curare malattie del SNC come la narcolessia, malattia caratterizzata da attacchi improvvisi e incontrollabili di sonno, con perdita del tono muscolare.
Gli effetti che si cercano in queste sostanze per migliorare l’attività sportiva sono un incremento dell’attenzione, della vivacità dei riflessi neuromuscolari, un’attenuazione del senso di fatica, un aumento dell’aggressività.
Gli effetti collaterali sono principalmente dovuti all’aggressività, con ansia fino all’alterazione della percezione fino alla schizofrenia, ipertensione arteriosa, tachicardia, tremori, crampi addominali, diarrea, pollachiuria (qumento della frequenza delle minzioni nelle 24 ore).
Gli antiasmatici sono normalmente usati in medicina per gli attacchi asmatici o nelle patologie broncopolmonari con componente ostruttiva per la capacità di stimolare i centri del respiro, ma gli effetti collaterali sono sgradevoli e potenzialmente pericolosi, perché possono provocare alterazioni del ritmo cardiaco, della pressione arteriosa, cefalea, convulsioni, nausea, vertigini e vomito.
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EFFETTI NEGATIVI DEI NARCOTICI
I narcotici, tipo di analgesici del genere “morfina”, in medicina sono usati per ridurre il dolore, permettendo di non avvertire la fatica derivata da sforzi fisici gravi. Ma in caso di assunzione in dosi eccessive e in assenza di malattie, inducono al sonno eccessivo, presentano paralisi respiratorie, scarso afflusso del sangue, possibile collasso cardiocircolatorio. Altri segnali sono il deficit di attenzione e di memoria, la parola indistinta, la labilità dell’umore; tutte condizioni che possono compromettere la normale attività. Danno assuefazione e dipendenza fisica e psichica, perciò una volta assunti se ne sentirà sempre più il bisogno. In caso di astinenza possono verificarsi crisi di ansia, grave agitazione psicomotoria, eccesso di sudorazione, aumento del tremore alle mani, vomito, insonnia, sensazioni tattili, visive, uditive, gustative, olfattive alterate.
Nello sport, annullando la percezione del proprio corpo e della soglia del dolore, creano una situazione anomala: tutto diviene doloroso, non si sopporta neanche un minimo sforzo, con sempre crescente bisogno di ricorrere alle sostanze del doping.
I narcotici attenuano il dolore, ma possono portare a tossicomanie, provocare coma e morte.
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EFFETTI NEGATIVI DEGLI ANABOLIZZANTI
Si possono distinguere in androgeni ed estrogeni. I primi sono ormoni maschili, il cui capostipite è il testosterone; ma si possono ricordare altri farmaci come lo stanozololo, l’androstenedione, il nandrolone ecc.
Usati in vari settori dello sport non solo agonistico, hanno effetti come aumento della massa muscolare, della concentrazione di emoglobina, dei globuli rossi del sangue; riducono e controllano il grasso corporeo, aumentano il bilancio dell’azoto e dei diversi elettroliti (cloro, sodio, calcio, potassio).
Gli effetti collaterali possono provocare danni cardiocircolatori, disfunzioni epatiche con aumento del ristagno nella colecisti di bile che aumenta in sede epatica con alterazione della funzionalità fino all’insufficienza epatica, con effetti periferici di prurito, sclere degli occhi gialle, stanchezza, nausea, difficoltà digestive, stitichezza. A questi primi effetti nel perdurare l’assunzione possono conseguire difficoltà di recupero, peliosi epatica (stato pre-tumorale fino ad un carcinoma epatocellulare). Un aumento delle mammelle nei maschi, diminuzione della dimensione dei testicoli e della produzione dello sperma, mascolizzazione nelle donne, con conseguente diminuzione della fertilità, perdita dei capelli, ipertricosi (aumento della peluria di tipo maschile), abbassamento del timbro della voce, comparsa di acne, aumento del volume del clitoride e aumento della libido. A tutto ciò si aggiungono i pericoli derivanti dalla precarietà di reperimento, dalla scarsa igiene, dalla non sterilità dei farmaci e delle siringhe, dai dosaggi falsi e dai contenuti delle fiale determinati da un commercio fiorente di contrabbando. Inoltre vanno messi in conto anche l’uso combinato di farmaci (ad esempio più anabolizzanti contemporaneamente) e l’assunzione di medicine per contrastare gli effetti collaterali (come i diuretici per contrastare l’accumulo di elettroliti e quindi il richiamo dei liquidi, gli antiestrogeni e antiandrogeni).
Tutti questi effetti incidono sulla percezione del proprio schema corporeo, sul processo di identità, sulla psiche dell’atleta. Inoltre, l’uso immotivato degli steroidi anabolizzanti porta ad un aumento di aggressività con fasi alternate alla depressione.
Gli steroidi anabolizzanti, se uniti ad un allenamento intensivo e ad un’adeguata alimentazione ricca di proteine producono un aumento della massa muscolare e della forza. Contemporaneamente hanno un effetto euforizzante e si suppone che diminuiscano il periodo di recupero dopo carichi elevati. Sono utilizzati nella fase che precede le gare. I loro effetti collaterali sono l’alterazione dell’equilibrio ormonale endogeno, uno spostamento verso il profilo a rischio nel metabolismo lipidico, l’aumento della pressione arteriosa, disturbi della funzione epatica, ed effetti psicotropi quali aggressività, euforia ed allucinazioni.
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EFFETTI NEGATIVI DEI BETABLOCCANTI
In medicina i betabloccanti sono farmaci usati contro l’ipertensione e per curare il tremore da ansia. La terapia nei soggetti malati prevede un attento dosaggio del medicinale, sia per quanto riguarda i principi attivi, sia per la quantità da assumere, sia in riferimento all’orario.
Assunti in dosi elevatissime e senza reale necessità medica, hanno effetti come la bradicardia, l’angina pectoris e l’aritmia.
Possono provocare insonnia, vertigini, dermatosi, ipotensione, palpitazioni e possono causare infarto.
I betabloccanti diminuiscono l’ansia pre-gara ed il tremore delle mani e sono usati nello sport dove è necessaria concentrazione. I loro effetti collaterali sono un affaticamento muscolare più rapido, la diminuzione dell’attenzione e possibili alterazioni del ritmo cardiaco.
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EFFETTI NEGATIVI DEI DIURETICI
In medicina i diuretici sono prescritti per abbassare l’ipertensione e per diminuire il ristagno dei liquidi extravasali e vanno dosati attentamente, caso per caso.
Quando un atleta deve rientrare velocemente nel peso assume sostanze diuretiche per favorire l’eliminazione dei liquidi; non è solo questo l’uso che si fa nello sport dei diuretici, ma anche nell’intento di mascherare e annullare l’uso di sostanze dopanti nell’urina nel minor tempo possibile.
Se assunti non in presenza di reali malattie ed in quantità non regolari e per lungo tempo, si può andare incontro ad acidosi metabolica ipercloremia per aumentata concentrazione di cloro in sede ematica o alcalosi metabolica ipopotassemia, iperuricemia e calcolosi renale, perdite di potassio con perdite di bicarbonato con l’eccesso di urina, sonnolenza con alterazioni del SNC, reazione da ipersensibilità, disidratazione, alterazioni neuromuscolari con facile stancabilità. Se poi sono utilizzati come mascheranti dell’eritropoietina, si verificano crampi, alterazioni di caldo/freddo, aritmie, con conseguenze anche mortali.
Il settore psicosomatico che viene ad essere colpito è quello relativo ai disturbi d’ansia, con senso costante di precarietà, attacchi di panico, dissociazione di personalità.
I diuretici aumentano la produzione e l’eliminazione d’urina, provocando una rapida diminuzione di peso, diluendo così le sostanze proibite eliminate, per cui la loro presenza non può essere più provata nei controlli antidoping.
I loro effetti collaterali sono la perdita di Sali, crampi muscolari e lesioni renali.
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EFFETTI NEGATIVI COLLEGATI AGLI ORMONI PEPTIDICI
Gli ormoni sono sostanze prodotte naturalmente dal nostro corpo, secrete dalle ghiandole endocrine in seguito a stimoli specifici. Quando non sono prodotti dall’organismo per qualche disfunzione, la medicina interviene con le terapie opportune e, soprattutto, sotto stretto controllo medico.
La gonadotropina corionica (HCG) è l’ormone prodotto dalla donna in gravidanza. Se assunto dai maschi, provoca un effetto anabolizzante di steroidi ed è considerato equivalente alla somministrazione di testosterone, con alternanza di eccitazione, euforia. Può provocare depressine, emicrania, ginecomastia, pubertà precoce.
L’ormone della crescita (hGH, somatotropina) stimola tutti i processi anabolici dell’organismo, sia di tipo proteico sia di tipo glucidico. Assumendolo, si spera di migliorare la massa muscolare e demolire i grassi, ma i suoi effetti positivi non sono certamente un aumento di prestazione.
L’A.C.T.H. (corticotropina) è un ormone che stimola la secrezione dei corticosteroidi della corteccia surrenale. Interviene nel metabolismo della sintesi proteica stimolando la produzione di cortisolo e corticosterone. Gli effetti anabolizzanti sono mediati attraverso le somatomedine come il fattore di crescito insulino simile I (IGE-1).
L’eritropoietina (EPO) è un ormone peptidico formato da 165 amminoacidi. Usata in medicina per stimolare la produzione e l’incremento dei globuli rossi nel midollo osseo che aiutano il trasporto di ossigeno e migliorano l’attività cerebrale, le funzioni cognitive, la funzionalità sessuale, le capacità dell’attività fisica, è utilizzata dagli atleti che cercano per questo scopo risultati migliori dell’allenamento in alta quota. Assumere EPO e HEMASSIST (emoglobina sintetica) in dosi elevate e senza stato patologico presenta effetti negativi come l’aumento eccessivo di eritrociti e conseguente emo-concentrazione con pericolo di trombosi, mettendo a rischio cuore e circolazione, con sofferenza accentuata per il microcircolo (capillari, venule, arteriole) e sovraccarico renale. Il rischio è più alto nei momenti di riposo e di sonno dell’atleta ove la vasodilatazione è inferiore. I distretti più colpiti dal doping con eritropoietina sono: i reni, con alterazioni della filtrazione ematica e della formazione dell’urina; il miocardio, per cui si può avere ischemia; il cervello, che va incontro ad ipoperfusione per vasocostrizione; il cuore, che deve pompare con più forza anche a riposo, con disfunzione sistolica.
Gli ormoni peptidici sono ormoni endogeni, somministrati per via esogena che, in parte, sono assunti in sostituzione di altri mezzi vietati in quanto sono considerati doping.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
EFFETTI NEGATIVI DELLA CAFFEINA
Il caffè, sostanza eccitante, usato come bevanda in piccole quantità, dà la sveglia all’organismo, tonifica il cuore e la circolazione, ma, se usato a dosaggi massivi (5-6 tazze di caffè contemporaneamente), la caffeina contenuta è rilevata nelle urine a dosaggi superiori a 12 microgrammi/ml e considerata dal C.I.O. come Doping. La caffeina assunta in dosi eccessive provoca tremori, tachicardia, fibrillazioni muscolari, aritmie. Lascia segni indelebili nell’umore, con disturbi d’ansia ed eccitazione psicofisica fino ad uno stato confusionale e incoerente del linguaggio, alterazione del rapporto sonno/veglia con insonnia, irrequietezza con smania alle gambe, instabilità, vampate di calore, contratture muscolari, aumento della diuresi.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
ANTIDOLORIFICI E ANTINFIAMMATORI (non in elenco sostanze doping)
Tutti i medicinali della categoria di antidolorifici e antinfiammatori possono avere un doppio uso. In medicina sono usati per contrastare il dolore muscolare, scheletrico-articolare, per alleviare cefalee ed emicranie e, se opportunamente controllati dal medico, hanno sicuramente un aspetto benefico prioritario. Usati nel doping invece mascherano la stanchezza, ma producono anche un’insensibilità allo sforzo, innescando il meccanismo che “più se ne prendono, più se ne avverte il bisogno”; si diventa dipendenti. Sono consistenti anche gli effetti collaterali: sugli allegati (bugiardini) ai medicinali si trova scritto che gli antidolorifici e gli antinfiammatori possono provocare emorragie gastrointestinali, dispepsie, gastralgia, nausea, vomito, diarrea, flatulenza, astenia, cefalee, vertigine, sonnolenze, esantemi cutanei, edemi, reazioni di foto-sensibilità; vanno assunti con cautela in associazione con aspirina e con altri farmaci e per particolari tipi di malattie, come asma, ulcera, insufficienza renale, cardiaca, epatica. Se questi medicinali sono presi in dosi eccessive e senza una reale necessità terapeutica, come avviene nel doping, mettono l’atleta a maggior rischio rispetto al beneficio che ne potrebbe derivare in condizioni di uso corretto.
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EFFETTI NEGATIVI DELL’EMOTRASFUSIONE ILLECITA
Fra i metodi del doping è nota anche la pratica dell’emotrasfusione, che consiste nel trasfondere sangue autologo (dello stesso soggetto) od eterologo (da altri soggetti), con conseguente arricchimento e successiva reinfusione. In medicina è usata per casi di gravi carenze nel sangue, tipo anemie gravi, traumi, interventi. Il rischio maggiore di questa manipolazione è dato dall’aumento della densità del sangue e da eventuali embolie. L’atleta durante la sua attività di allenamento viene a trovarsi a corto di fiato; in realtà manca la corretta ossigenazione dei tessuti, dipendente dalla capacità di trasporto del sangue. Con l’emotrasfusione si altera il naturale rapporto con il proprio corpo, forzando alcune funzioni e creando un disequilibrio nel benessere generale.
Incrementare in modo innaturale l’ematocrito per mezzo dell’emotrasfusione risulta un sistema antifisiologico, poiché si agisce su un parametro del sangue, l’emoglobina. L’atleta che utilizza si avvia a portare il suo organismo a rischio per la salute, non solo attuale, ma futura, verso un invecchiamento precoce.
I principali rischi sono: l’ipertermia, cioè un aumento della temperatura corporea a causa di inquinanti batterici; l’aumento di ferro negli organi come il fegato, il pancreas, il cuore, le ghiandole; l’emolisi, per eccessiva distribuzione di globuli rossi. Si registra inoltre l’insorgenza di danni ai vari organi: la nefrite a carico dei reni; l’ittero con la colorazione giallastra della pelle; lo shock emolitico, con ipotensione, collasso, vertigini, sudorazione, cefalea.
Gli effetti collaterali possibili sono l’aumento della pressione arteriosa e l’occlusione dei vasi sanguigni.
Aspetti culturali e doping di Chiara Gatti
MANIPOLAZIONI
Rientrano nei metodi doping vietati anche i trattamenti farmacologici, chimici e fisici che utilizzano dei metodi che hanno l’effetto di alterare la validità e l’integrità dei campioni di urina nel corso di un controllo antidoping. Tra i casi che possono verificarsi ci sono la sostituzione del campione di urine con altre oppure la loro falsificazione; l’inibizione dell’escrezione renale; la somministrazione di epitesterone.
Gli effetti collaterali sono: può insorgere un’infiammazione delle basse vie urinarie; si verificano episodi frequenti di cistiti e infezioni alla vescica; possono formarsi calcoli renali; possono instaurarsi problemi di disfunzionalità ell’intestino; si avvertono vertigini, vampate di calore, cefalee.

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