2004 Enrico Degano

IL CAMPIONE ISONTINO INTERVISTATO DALL’AC PIERIS NEL 2004

Quando hai iniziato a correre e con che società?
Ho iniziato a correre nel 1987 con il GS Caneva, sono sempre rimasto in quella società fino al quarto anno di under 23 dopodichè sono passato professionista. Quindi non ho cambiato società durante il periodo giovanile.

A quando risale la prima vittoria?
La prima vittoria l’ho ottenuta il secondo anno di attività a Trieste, San Dorligo della Valle per la precisione, nella seconda gara della stagione..

San Dorligo della Valle!? Quindi in salita?
Esattamente; sembra incredibile ma è così: l’arrivo era posto in leggera salita e se non mi sbaglio era giunto secondo proprio Sergio Romanato che difendeva i colori dell’AC Pieris.

Una cosa particolare che ti è rimasta in mente del periodo giovanile
Siccome ero il solo miniciclista isontino appartenente al GS Caneva (una società della provincia di Pordenone), per allenarmi mi appoggiavo alle altre società isontine – GS Moratti, AC Pieris e Ngc Ronchi – con le quali, personalmente, ho sempre avuto un buon rapporto. Nell’allenamento successivo alla prima gara mi recai proprio a Pieris dove si provava i primi sprint assieme ai corridori dell’AC Pieris e del GS Moratti. In una volata sono caduto e ho riportato la frattura della clavicola. E’ una cosa che ti segna: dopo la prima gara, dopo due allenamenti un incidente simile non è che sia esattamente propedeutico per continuare l’attività, invece nonostante la fastidiosa fasciatura, non vedevo l’ora di ritornare in bicicletta.

Quando e perchè hai pensato di poter fare il professionista?
Sinceramente l’ho sempre sognato perché, ovviamente, è l’ambizione massima di chiunque intraprenda l’attività ciclistica con passione. Ho cominciato a pensarci un po’ più seriamente quando ero Juniores del secondo anno ed ho vinto il Campionato Italiano a squadre a cronometro assieme ad altre dieci gare. Ma la certezza l’ho avuta il quarto anno da dilettante quando ho vinto undici corse e ho visto un interessamento da parte di alcune squadre professionistiche, anche perché avevo primeggiato in manifestazioni abbastanza importanti. Forse mi è mancata la perla, la gara veramente importante, però avevo dimostrato il mio valore in competizioni nominate.

Le emozioni del primo anno?
Tante! Forse una cosa mi è mancata: non sono riuscito ad avverare un mio sogno che era correre assieme a Gianni Bugno, in quanto l’anno del mio passaggio al professionismo è coinciso con l’addio all’attività di Bugno.

Era il tuo “Campione”?
Era un personaggio che mi sarebbe piaciuto conoscere. L’ho conosciuto dopo, al di fuori dell’ambito agonistico, ma non era la stessa cosa. Comunque tante emozioni. Correre spalla a spalla con Cipollini, Zabel, Mussew, con tutta gente che hai sempre visto in televisione…

Ti veniva da chiedergli l’autografo?
Esattamente. Vederli dal di fuori è totalmente diverso dal correrci assieme.

Un ciclista che ti ha impressionato?
Sicuramente Mussew. Ha una classe cristallina e un modo di correre veramente eccezionale. Mi ricordo che il primo anno da professionista ho disputato le gare che si correvano al Nord, non le classiche di Coppa del Mondo, ma le corse minori che servivano in preparazione a queste ultime.
Li vedi un’altra cultura, un altro modo di intendere il ciclismo. In quei paesi Mussew è un idolo. Poi la sua classe: ti giravi ed era ultimo del gruppo e prima di affrontare uno strappo era in testa e tu ti chiedevi come avesse fatto, da dove fosse passato. Quella era classe.

Nei paesi del Nord, Belgio ed Olanda, il ciclismo non è vissuto come in Italia…
L’anno precedente al mio passaggio al professionismo ero stato convocato in Nazionale per disputare una corsa a tappe in Belgio. L’anno dopo, da professionista, disputando le gare al Nord, il pubblico veniva a richiedermi l’autografo con la foto di quand’ero dilettante. Poi, affrontando i muri, la gente mi riconosceva, in base al numero dorsale sapeva chi ero, che l’anno scorso avevo corso in quei posti in Nazionale, che lo stesso anno avevo vinto in Malesia… sapeva tutto. E’ una cultura che da noi non esiste. E’ così per il calcio e basta. Li il ciclismo è vissuto come Sport Nazionale. Si impara molto di più nel disputare una gara in Belgio che in un’intera stagione corsa in Italia. Impari a correre: passare per le stradine strette, lottare per le posizioni prima di affrontare uno strappo, è proprio una scuola a tutti gli effetti.
E poi, va beh! Fare una volata con Cipollini è sempre un emozione forte. Anche se il primo e il secondo anno da professionista lo vedevo come affrontava le volate ma non riuscivo a rimanere con lui. Il solo vivere come si preparava una volata, vedere come ci si muoveva, sentire cosa si urlava ai compagni di squadra, è una cosa che ti rimane in mente, essendo un velocista.

Com’e’ stato confrontarsi con i “tuoi campioni”?
Anche oggi se vado a vedere una corsa di professionisti, vivo un’emozione. Esserci dentro, anche se sei vicino a Cipollini, Bartoli, a Pantani è totalmente diverso: ad un certo punto dimentichi tutto e ti rendi conto di essere un corridore che deve fare la sua corsa. Arrivi comunque a separare le due cose. Ad un certo momento metti da parte tutto e se devi “sgomitare” non dico con Cipollini perché la lotta è alla sua ruota, ma con un corridore che è sempre stato un tuo punto di riferimento, lo fai. Non porti quel timore reverenziale. Comunque è una gara, con tutto il rispetto che puoi avere per i tuoi avversari.

In che squadre hai militato?
Sono passato professionista con la Navigare – Gaerne di Bruno Riverberi. Li sono rimasto quattro anni: ha cambiato nome in Panaria poi in Fiordo ma era sempre la stessa società con la stessa guida tecnica. Poi sono passato con la Mercatone Uno, quindi al fianco di Marco Pantani. Ho corso poco con lui perché aveva un programma in cui si portava corridori dotati per la salita dove un velocista come me era inutile. Però gli allenamenti, le presentazioni le ho vissute accanto a lui e se prima non è che mi era proprio simpatico, avendo la possibilità di parlare con lui ho imparato a conoscerlo meglio, ad apprezzarlo a capire qual’era il suo carattere. Tante volte quella che vedevi in televisione durante le interviste, era la maschera che si creava per difendersi e per avere un po’ di privacy dai giornalisti. Non è facile essere Marco Pantani ai tempi in cui era al top, ai tempi in cui vinceva Giro e Tour per intendersi. Al giro d’Italia l’ho visto dopo una tappa che non riusciva a mangiare: quando dopo duecento chilometri ti siede a tavola, non è semplice firmare degli autografi, fare delle interviste e lui non ha mai risposto male a nessuno, nonostante stesse mangiando e inevitabilmente fosse scocciato dal fatto.
Dalle ceneri della Mercatone Uno è nata la Barloworld, una squadra con sponsor sudafricano nella quale mi sono trovato benissimo. Tant’è che ho appena firmato un contratto per i prossimi due anni. Il mio direttore sportivo e quindi il mio punto di riferimento è Elli, con il quale si è instaurato un ottimo rapporto.

Lo sai che sei il punto di riferimento per molti giovani?
Oh Dio! Mi rendo conto dal momento che sono stato bambino anch’io e quando vedevo un professionista, lo vedevo come qualcuno che era arrivato, fosse di alto o di basso livello. Quando sono passato professionista mi sono reso conto che il professionismo non è un punto di arrivo, ma è l’ennesimo punto di partenza. Quindi non si dovrebbe pensare che quando si passa professionisti si è appagati, perché il professionismo è un mondo a sé: si azzera tutto il lavoro, tutti i risultati fatti da Dilettante e da Juniores e devi ricominciare a dimostrare tutto, devi iniziare da capo. Un punto di riferimento per i giovani è corretto, perché quando esco in allenamento ed incontro dei ragazzini, loro mi guardano, mi scrutano e magari si mettono a tirare come matti per starmi dietro, anche se sono sfiniti. Però loro devono capire che quando arrivi al professionismo, ti poni ulteriori mete, senza soffermarti tanto sui risultati ottenuti nelle categorie giovanili.

Che sensazioni ti dà il fatto di essere l’unico professionista bisiaco…?
Da un punto di vista mi sento orgoglioso di difendere i colori della Bisiacheria, ma mi dispiace che non ce siano altri. Mi dispiace che abbiano smesso Zatti, Gorini, Bedin, tutti corridori che erano passati al professionismo ma che hanno avuto sfortuna. Magari se avevano alle spalle una squadra che li avrebbe gestiti meglio, se fossero stati seguiti da una squadra migliore che li avrebbe aiutati, potevano andare avanti.

E anche l’unico professionista Friulano?
Siamo in due. Oltre a me c’è anche Masolino che corre con la Ellepierre che è al primo anno di professionismo.

Da quanti anni sei professionista?
Questo che sta per iniziare è il settimo anno.

Quante vittorie hai al tuo attivo?
Con quest’anno tredici. Ho fatto tre vittorie il pimo anno, due il secondo, due il terzo, una il quarto, due il quinto e tre quest’anno. In questa stagione ho ottenuto le vittorie migliori come qualità ed è l’anno in cui ho raggiunto una maturità fisica tale da permettermi di migliorare anche in salita.

Spiegami la volata al giro d’Abruzzo (l’unica che ho visto in diretta)…
Sono partito lungo, troppo lungo. Missaglia mi ha lasciato ai trecento metri: o partivo o mi avrebbero anticipato e poi sarebbe stato difficile rimontarli. Mi sono detto “Oggi devo vincere a tutti i costi; non posso deludere la mia squadra che ha fatto un lavoro eccezionale fino all’arrivo”; avevano creato una situazione in cui ero l’unico velocista in gruppo su un percorso così difficile.

Questo fatto mi ha favorevolmente impressionato!
Quest’anno, vuoi perché sono maturato fisicamente, o perché ho cambiato il modo di allenarmi, non pensando solo alla volata, ma anche a difendermi su percorsi insidiosi con salite abbordabili, riesco a scollinare davanti e quindi a dire la mia allo sprint. Così è stato al Giro dell’Abbruzzo quando dopo l’ultima salita ho visto gli uomini in gruppo e mi sono accorto che rimanevano solo Bossoni e Carrara che potevano infastidirmi. Se lasciavo che cominciassero loro la volata era difficile poi rimontarli. Così ho giocato d’anticipo e sono partito ai trecento metri. Non avevo ancora vinto durante la stagione e quindi ho dato il centodieci percento.

Quante ore di allenamento fai?
Dipende dai giorni e dal periodo. A parte questo periodo di scarico e inizio allenamenti, in cui fai solo dell’ambientamento, quindi due-tre ore di bicicletta, può capitare il giorno in estate in cui fai quattro ore di qualità, quindi tanta salita, rapporto, lavori di forza-resistenza in salita, a dei giorni in cui fai sei ore di distanza, magari con delle salite affrontate con passo regolare, solo per abituare il fisico a fare ore di sella. Quest’anno è capitato che per preparare il Campionato Italiano che si disputava su un percorso molto lungo, circa duecentocinquanta chilometri, non molto impegnativo dal punto di vista altimetrico, abbiamo fatto anche otto ore e mezza di bicicletta. Per fare otto ore e mezza reali in bici si deve star fuori anche nove – dieci ore, perché ti fermi a una fontana, mangi un panino, ti fermi al bar a prendere una Coca Cola. Con dieci ore di uscita alle spalle il fisico ne risente, per cui l’indomani c’era riposo completo. Avevamo preparato una tabella di lavoro che prevedeva due giorni di carico, poi le otto ore di “sella” quindi una giornata di riposo. Però e una situazione mirata a certi obbiettivi che viene a crearsi raramente. Quest’anno abbiamo seguito quel programma due volte. Quando fai sei – sette ore in bici e già sufficiente perchè il giorno dopo devi lavorare nuovamente.

Dove trovi gli stimoli per allenarsi così tanto?
A monte c’è la passione, perché senza passione, per quanto ti possano pagare, certi sforzi, certi sacrifici non li fai. Però certi giorni che piove, c’è vento, fa freddo, onestamente non lo so neanche io dove trovo la voglia e la forza per uscire. Lo fai perché primo è il tuo lavoro. Ogni mattina so che devo alzarmi ed uscire in bicicletta. Per fortuna è il lavoro che ho sempre sognato di fare fin da bambino, mi piace, lo farò fino a quando il mio fisico me lo permetterà. Ci sono dei giorni in cui si ha una voglia matta di uscire in bicicletta e dei giorni meno, però so che dovrò farlo lo stesso. Gli stimoli te li trovi, perché la soddisfazione che ti dà una vittoria ti ripaga di tutti i sacrifici che fai. E quando devi allenarti pensi all’emozione che hai provato quando hai vinto, esci e ti alleni con tutta la grinta possibile.

Dove ti alleni e con chi?
Adesso mi sono trasferito dalla Bisiacaria in terra di Romagna perché purtroppo ciclismo a livello professionistico, ma anche dilettantistico, da queste parti manca. Allenarsi da soli qualche volta va bene se devi fare dei lavori specifici, ma quando devi fare tante ore di bicicletta, tra farle da soli e farle in compagnia passa differenza, perché da solo fai molta più fatica. In Romagna mi allenavo con un gruppo di sette compagni di squadra dalle parti di Faenza…

Con chi?
Vivevo con Serri; poi nelle vicinanze c’erano Ravaioli, Gasperoni, Conti, Fontanelli, Mondini. Assieme a questi corridori cambiava molto il tipo di allenamento che facevo. In primavera dell’anno scorso mi sono trasferito. Tutt’ora vivo la e mi trovo veramente bene.

Com’è vissuto il ciclismo in Romagna?
Adesso essendo la Romagna un area più ampia rispetto al Friuli, ci sono delle squadre dilettantistiche, ci sono molti amatori, i percorsi sono favorevoli, c’è una cultura dietro, per cui il ciclismo è tuttora seguito. E’ una bella Regione per allenarsi. Trovi sempre qualcuno con cui uscire e anche le strade ti permettono dei bei percorsi con belle salite, corte, lunghe, dure, leggere, dei percorsi ottimali. Però tempo fa in Romagna il ciclismo era molto più seguito.

Nel futuro pensi di rimanere nell’ambiente?
Onestamente non lo so. Non lo so perché innanzitutto spero di rimanere ancora nell’ambiente ma come corridore.

Qual’è stato il momento da professionista che ti ha dato maggior soddisfazione? (non necessariamente una vittoria)
Ci sono tante situazioni che si creano nel ciclismo. Le vittorie danno una soddisfazione unica perché ti ripagano di tutti i sacrifici che hai fatto. Poi il terzo posto alla tappa del giro d’Italia davanti a Cipollini e McEwen, due mostri sacri, mi ha dato una soddisfazione forse maggiore di una vittoria. Quest’anno, vincere al Brixia Tour davanti agli occhi di Sonia, la mia ragazza, è stato entusiasmante, perchè era la prima volta che veniva a vedermi. E’ stata una volata risolta al fotofinish; io sapevo di aver vinto ma lei trepidava in fremente attesa del responso. E poi tante soddisfazioni le hai quando aiuti un corridore della tua squadra e questo vince. Vedi che si crea un amicizia che va oltre la gara, come con Perez ad esempio. Quando ha vinto due tappe al giro d’Italia, ha dedicato le vittorie ai compagni di squadra. Queste situazioni ti “gasano” e il giorno dopo tireresti tutto il giorno perché sai che potrebbe vincere il tuo compagno di squadra.

Che ricordi hai nei confronti dell’AC Pieris?
Io ho sempre corso per il Caneva. La mia società era a cento chilometri di distanza. Da miniciclista mi allenavo da solo. Molte volte andavo a disputare delle gare nelle vicinanze e quindi mi ritrovavo sempre da solo. Sia l’AC Pieris che il GS Moratti si sono sempre comportate bene con me. Quando c’era da allenarsi per i primi sprint o si facevano degli allenamenti insieme mi hanno sempre accolto volentieri. C’è sempre stato un bel rapporto, anche con i ragazzi. Al di là delle rivalità che forse c’erano fra i dirigenti, i ragazzi sono tutti amici. Quando c’era da correre magari eravamo rivali ma alla fine si andava a giocare a calcio tutti assieme.

Questo è di buon auspicio anche per il Progetto Ciclistico Isontino che si sta creando!
Infatti. Il ciclismo deve essere inteso come un gioco, con le sue regole, fino alle categorie allievi – Juniores. Dopo inizia ad essere un impegno vero: quando passi dilettante o professionista comincia ad essere un lavoro. Dev’essere un gioco, per i bambini soprattutto.

Il fatto che tuo padre era nell’ambiente ti ha facilitato al passaggio al professionismo?
Per il passaggio diciamo di no, perché mio papà era rimasto dilettante e a livello professionistico non aveva conoscenze che mi permettessero il passaggio. Sicuramente mi ha facilitato il fatto che mio padre è stato direttore sportivo, quindi tanti insegnamenti, l’andare a vedere le gare, sono tutte cose che creano una mentalità. Andavo a vedere gli Juniores che lui allenava, così sapevo già cos’era un treno, come si faceva una volata. Anche perché mio padre non ha mai voluto interferire da quel punto di vista. Non ha mai cercato gli agganci. Diceva: questa è la tua vita, devi sapere i sacrifici che andrai a fare, devi valutare tu.

Lo sai che tuo padre era il primo DS dell’AC Pieris?
Si lo so. Ma penso che allenare il Caneva, il Pieris o qualche altra squadra per lui fosse uguale, perché a lui è sempre piaciuto e interessato insegnare il ciclismo ai bambini e ai ragazzi, perché la passione va al di là del colore della maglia. E penso che lo rifarebbe, lo rifarebbe subito.

Quante difficoltà si trovano a rimanere nel mondo professionistico?
Tante. Il mondo professionistico è bellissimo perché e un sogno realizzato, un mondo che hai sempre visto da fuori fin da bambino. Ma purtroppo è come il mondo del lavoro. Quindi vivere nel mondo del professionismo non è semplice: devi sempre stare attento alle persone che ti circondano. Perché alla fine è il tuo lavoro, quindi devi farlo al meglio e riconoscere le amicizie vere da quelle di “interesse”. Dopo un po’ che sei nell’ambiente capisci di chi ti puoi fidare o meno.

A volte viene voglia di “mandare al diavolo” tutto e tutti?
Si. Purtroppo tante volte, perché magari vedi che ti alleni tantissimo e per un minimo dettaglio ti salta l’appuntamento più importante per il quale ti preparavi da una stagione, o cadi, o più semplicemente sbagli la volata. Però il giorno dopo si è cancellato tutto e hai già voglia di ricominciare a faticare per un nuovo obbiettivo. Anche quando ti alleni e non sai perché ti va tutto storto; fai fatica, non vai come vorresti. Poi capita un momento in cui pensi che non ce la farai mai, ed è la volta che magari vinci la corsa. Il ciclismo è anche strano. Fai sacrifici e non vieni ripagato, poi magari molli, non ti alleni tanto e ottieni risultati.

Quanti anni pensi di rimanere nel mondo professionistico?
Adesso non voglio dire che farò la carriera di Tchmil che ha corso fino a trentanove anni, o di Podenzana che ha continuato fino a quarant’anni, dopodiché ha dovuto smettere perché non ti rilasciano la licenza. Ho ventotto anni e ho firmato un contratto per altri due anni, quindi fino a trent’anni correrò in bicicletta, salvo cambiamenti radicali nella mia vita. Diciamo che un’attività media termina attorno ai trentatrè – trentacinque anni. Poi sai, i velocisti sono una categoria non si consuma tanto: mi viene l’esempio di Cipollini il quale ha vinto un mondiale a trentasei anni. E’ una categoria che non ha uno sfinimento come può avere uno scalatore che deve fare un giro d’Italia. Oppure potrei fare come Jalabert o come Bontempi: migliorare in salita e sul passo con l’incognita di perdere le volate; è un rischio. E’ capitato a Bontempi perché era già un fenomeno di suo. O come ha fatto Jalabert: da velocista, dopo una bruttissima caduta, ha avuto la forza di reinventarsi corridore da corse a tappe e ha fatto quarto a un Tour de France. Però lo può fare chi ha già delle predisposizioni, ma non è facile.

Per quanti anni sei sicuro che ci rimarrai?
Per adesso due, poi vedremo.

Quello che conta nel ciclismo e nel professionismo in particolare è sapere fare dei sacrifici…
Prima di tutto devo ringraziare i miei genitori che mi hanno spronato affinché finissi la scuola. Sono pochissimi i ragazzi che a quindici anni hanno in testa solo lo studio, perché vuoi giocare, correre in bicicletta nel mio caso, uscire con gli amici. Invece loro hanno insistito perché ottenessi il diploma. Comunque considera il fatto che da professionista giri il mondo e, al di là delle lingue che trovi, ti rendi conto che avere una cultura generale è davvero importante. Quindi un messaggio che posso dare ai bambini e ai ragazzi che leggeranno quest’intervista è di studiare e non pensare solo allo sport.

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